Quando l’arte stimola il pensiero in cucina

Bottura, Crippa, Marchesi: chef italiani tra cibo e ispirazioni artistiche

L’accoppiata Italia – Arte è una di quelle formule che vende ancora a distanza di secoli, a riprova che la popolazione del Belpaese ha sempre avuto un debole per questa forma espressiva, riuscendo peraltro a utilizzarla molto bene nel corso del tempo. In quanto espressione del Sé, l’arte attira una folta schiera di creativi che da essa traggono ispirazione e, per associazione di idee, poiché cucina e arte risvegliano la percezione tramite i sensi, la cucina è una delle forme espressive che più richiamano le arti visive e la cultura del bello (e del buono, ça va sans dire).

 

Da sempre gli chef traggono ispirazione da forme artistiche di varia natura; uno dei pionieri in campo è Gualtiero Marchesi, per dirla semplice un pilastro vivente della cucina italiana contemporanea nel mondo. Da sempre appassionato di arte, scultura e architettura, il “cuoco compositore”, come ama definirsi, usa il fondo bianco del piatto come una tela e ha fondato alcuni dei suoi piatti iconici su opere di artisti fondamentali nella sua lunga carriera. A pieno titolo nell’olimpo dei piatti storici della tradizione gastronomica italiana, troviamo “L’Uovo al Burri”, uovo bruciato con la fiamma ossidrica (utilizzata di solito per bruciare la superficie della creème brulée), che nella sua trasformazione cromatica e materica ricorda neanche troppo celatamente un’opera dell’artista umbro.

L’ispirazione vola oltreoceano con il “Dripping di pesce”, liberamente ispirato all’opera di Jackson Pollock, o in Oriente con il “Risotto mantecato al profumo di tartufi bianchi e neri”, che ricalca le forme e i colori di Hsiao Chin, pioniere dell’arte astratta in Cina. Composizioni che ripercorrono il pensiero dell’artista, con una materia diversa tra le mani, in questo caso.

 

Del piemontese Massimo Crippa, chef del suo Piazza Duomo di Alba, in provincia di Cuneo, non è rara la collaborazione con artisti. Sua è la “Panna Cotta Matisse”, un classico in carta che omaggia il celebre pittore francese. Un dessert attentamente studiato nei dettagli e nel bilanciamento dei colori e dei sapori, com’è solito fare il meticoloso chef: nero = mela e liquirizia; avorio = pesca bianca; verde = pisello e menta; arancione = mango; e così via.

Massimo Bottura è conosciuto per le sue rivisitazioni della tradizione culinaria emiliana, ma una componente importante nella sua cucina è l’estetica dei piatti che serve nella sua Osteria Francescana. Lo chef, da sempre legato a doppio filo con la cultura e l’arte, esprime la sua creatività in cucina decorando i piatti con riferimenti all’arte contemporanea, più sperimentale e concettuale.

 

La passione per l’arte di Bottura è ben radicata: l’arte è un mezzo che lo chef usa per “stimolare il pensiero, piuttosto che rispondere a domande, come sottolinea la moglie dello chef ed esperta d'arte, l’americana Lara Gilmore. Personaggio poliedrico appassionato di tutte le forme espressive che portino del bene a questo pianeta e facciano riflettere su dove sta andando la nostra società, Bottura ha collezionato nel tempo opere d’arte di artisti contemporanei che lo intrigavano particolarmente per la loro connessione con la tavola, la tradizione, oppure per la loro visione sul mondo.

Nella sala dell’Osteria Francescana, a Modena, trovano il loro spazio opere dei più svariati artisti contemporanei, “anche se ogni tanto cambiamo le opere: a volte abbiamo voglia di dare una nuova veste alla sala, o vogliamo nuovi stimoli” continua Lara. L’ultima formazione in sala vede protagonisti La vie En Rose di Francesco Vezzoli, Tavolo e Vetro di Carlo Benvenuto, gli specchi di Pistoletto, i piccioni Maurizio Cattelan, e poi Gavin Turk e Damien Hirst, artista quest’ultimo a cui è evidentemente ispirata una delle creazioni culinarie di Bottura, il Vitello Pischedelico, non grigliato alla Fiamma.

C’è sempre un motivo ben preciso per la collocazione di queste opere, che siano storie di vita vissuta, aneddoti, o semplici riflessioni. “All’Osteria Francescana, i ragazzi in sala sono preparati per spiegare ai commensali le opere che li circondano. E’ un’opportunità per la nostra clientela di capire meglio anche il lavoro che svolgiamo in cucina, con una chiave di lettura diversa” conclude Lara.

 

Ma uno chef non è un artista, non nel senso stretto del termine. Uno chef è un artigiano”, afferma Bottura, con i piedi ben piantati a terra: un artista fa quello che gli passa per la testa, bella o brutta che sia, mentre un cuoco deve pensare principalmente a preparare del buon cibo. Ciò non impedisce, tuttavia, di vedere ed esplorare il lato bello delle cose.

Articoli correlati

Lista dei desideri

Per poter aggiungere prodotti alla lista dei desideri devi essere registrato.

Accedi al tuo profilo

Prego confrontare un altro prodotto

Confronta

Confronta prodotti

Non puoi comparare più di 3 prodotti. Per favore rimuovi un prodotto prima di aggiungerne un altro.